La sostenibilità aziendale è ormai riconosciuta come una leva competitiva irrinunciabile, non solo per rispondere alle richieste normative e di mercato, ma anche per generare valore duraturo. Tuttavia, il divario tra ambizione e implementazione concreta è ancora ampio, come evidenzia la ricerca “SosteniAbilita – Edizione 2025” condotta su un campione di 300 aziende italiane da SosteniAbilita in collaborazione col CFMT (Centro di Formazione Management del Terziario).
Il dato più eloquente riguarda la percezione degli impatti: oltre il 67% dei dirigenti ritiene che la sostenibilità comporterà effetti negativi, soprattutto in termini di costi e rischi, almeno nel breve periodo. Tuttavia, di buon auspicio, il 22,5% non intravede alcun impatto negativo. I benefici più significativi riconosciuti sono dal punto di vista reputazionale (41%), di competitività (29%) e di efficienza operativa e riduzione dei costi (18%). Questo dualismo riflette bene lo stato del tessuto produttivo italiano: una crescente consapevolezza dei benefici della sostenibilità, ma anche un'incertezza concreta su come tradurre la visione strategica in risultati misurabili e sostenibili nel tempo.
Sebbene il 73% delle imprese abbia già adottato o pianificato una politica di sostenibilità aziendale, solo il 38% ha istituito un Comitato di Sostenibilità, il 30% dispone di una figura formalmente dedicata alle tematiche ESG, mentre in un ulteriore 27%, queste ricadono sul vertice aziendale, segno che, dove non ci sono risorse dedicate, si tende ad accentrare la responsabilità.
Lo scarto tra la presenza di una strategia e la sua attuazione si allarga ulteriormente quando si guarda alla costruzione della matrice di materialità, adottata solo dal 34% del campione. Anche i piani di transizione sono presenti in una minoranza delle imprese (33%), sebbene un altro 24% ne preveda l’adozione a breve. La rendicontazione di sostenibilità, invece, è in essere nel 55% dei casi: per il 20% è obbligatoria, mentre il restante 35% la adotta su base volontaria, segno che la cultura del reporting si sta lentamente radicando, anche oltre i vincoli normativi.
Le differenze tra grandi imprese e PMI
Il divario tra grandi e piccole imprese è il filo conduttore dell’intera analisi che rivela come la sostenibilità aziendale viaggi a velocità diverse.
Le aziende con oltre 250 dipendenti mostrano un approccio più strutturato e avanzato, spinte soprattutto da obblighi normativi, pressioni reputazionali e logiche di filiera. Rappresentano, per esempio, la maggioranza tra chi ha un Comitato ESG, chi prevede vantaggi reputazionali e chi individua nel rafforzamento della governance la chiave del successo. Inoltre tra le big il 75% ha effettuato la mappatura e il 66% hanno redatto una matrice di materialità.
Dall'altra parte le PMI, pur essendo più indietro spesso a causa di risorse limitate, mancanza di competenze e una governance ancora poco strutturata, mostrano segnali di consapevolezza: il 20% delle piccole aziende già redige un report ESG su base volontaria e molte manifestano la volontà di migliorare il dialogo con gli stakeholder. Infatti, la mappatura degli stakeholder è stata realizzata dal 71% delle aziende, passo fondamentale per identificare le questioni materiali.
A prescindere dalla dimensione dell'azienda però, le sfide non mancano. Le grandi aziende, infatti, si trovano davanti a problemi di complessità normativa (47%) e resistenze culturali (49%) come ostacoli principali; mentre le PMI con meno di 50 dipendenti lamentano soprattutto la mancanza di competenze (43%) e risorse finanziarie (32%).
L'importanza di figure dedicate alla sostenibilità aziendale
Lo studio ha confermato anche l'importanza della governance: le aziende dotate di un Comitato ESG sono, infatti, significativamente più avanti nell’implementazione di strumenti di sostenibilità.
Questo tipo di struttura non solo consente un monitoraggio più puntuale delle attività, ma favorisce anche l’internalizzazione culturale del cambiamento. Non a caso, tra le imprese che hanno completato il ciclo strategico (politica, stakeholder mapping, matrice e piano), la presenza di un Comitato supera il 70%.
Nonostante gli evidenti benefici c'è ancora un 16% delle imprese prese in esame che ha affermato di non aver attribuito ad alcuna funzione la responsabilità ESG, il che segnala un problema di accountability e di allineamento con le strategie.
Inoltre, il 50% delle imprese non prevede l’inserimento di nuove figure professionali per la sostenibilità, delegando spesso all’interno i compiti a figure non specializzate nel campo: solo il 12% intende acquisire nuovi talenti dal mercato, confermando ancora una volta l'approccio prudente che, però, rischia di trasformarsi in un ritardo competitivo.
Formazione e supporto emergono dunque come urgenze trasversali con il 33% delle aziende che dichiara la necessità di formazione specialistica, mentre il 23% richiede l’affiancamento con esperti esterni. Complessivamente, oltre il 50% individua nella crescita delle competenze la chiave per affrontare la transizione, riconoscendo la difficoltà di gestire processi così complessi con risorse interne non ancora adeguatamente attrezzate.