Piani di transizione climatica: l’UE fa marcia indietro, ma uno studio rivela che non agire pesa il 15% del fatturato

I dati di EY confermano che il costo dell’inazione supera quello della transizione

Di Arianna De Felice

Ricerche e Pubblicazioni - Pubblicato il 01-12-2025

Il dibattito europeo sui piani di transizione climatica si trova in un momento di forte discontinuità. Il Parlamento Ue ha infatti approvato un pacchetto di modifiche, il Pacchetto Omnibus I, prevedendo, tra le altre misure, l’abolizione dell’obbligo per le imprese di adottare piani di transizione climatico (PTC). Questa scelta segna un cambiamento rispetto all’impianto originario della Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) e della Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD), che individuavano nei piani uno strumento strutturale per orientare modelli di business, governance e investimenti verso obiettivi climatici in linea con l’Accordo di Parigi. 

Ma mentre il quadro regolatorio viene ridimensionato, nuovi dati mostrano che per molte aziende lo sviluppo di un piano di transizione climatica rappresenta non solo una misura di sostenibilità, ma anche un fattore di convenienza economica. L’ultimo EY Global Climate Action Barometer evidenzia, infatti, un divario netto tra i costi stimati di azione e quelli dell’inazione: secondo le imprese intervistate, non affrontare i rischi climatici significa perdere in media il 15% del fatturato dell’anno fiscale 2024, quasi il doppio rispetto al costo medio dell’azione climatica, stimato all’8%. Questo contrasto pone un tema di coerenza tra gli orientamenti regolatori e le valutazioni economiche delle stesse imprese.

Cosa sono i piani di transizione climatica secondo la CSDDD

All’articolo 1, lettera c) della della Corporate Sustainability Due Diligence Directive pubblicata su EUR-Lex, la direttiva stabilisce che le imprese devono adottare e attuare un piano volto a garantire che la loro strategia sia compatibile con una traiettoria di riscaldamento globale di 1,5 °C. Il piano deve integrare obiettivi, misure e scadenze e deve assicurare che il modello di business sia allineato con la mitigazione dei cambiamenti climatici. 

La direttiva chiarisce inoltre che tali piani rappresentano uno strumento necessario per gestire i rischi finanziari e operativi legati al clima e per contribuire agli obiettivi complessivi dell’Unione in materia di riduzione delle emissioni. I PTC non sono quindi un semplice adempimento, ma un elemento dell’architettura di governance finalizzata a integrare il rischio climatico nella strategia aziendale e ad orientare la transizione del sistema produttivo europeo.

Piani di transizione climatica nelle aziende: diffusione globale e punti critici

Il quadro fotografato dall’EY Global Climate Action Barometer mostra che, su scala globale, la diffusione dei piani di transizione climatica è eterogenea e non sempre adeguata agli obiettivi climatici internazionali. L’analisi si basa sulle risposte di oltre 850 imprese di 50 Paesi, appartenenti a 13 settori considerati strategici nella transizione. Nello specifico la ricerca rileva che il 64% delle aziende dispone di un piano di transizione climatica legato a obiettivi net-zero, ma solo il 12% dichiara di avere compiuto progressi significativi nello sviluppo o nella divulgazione dei piani. Inoltre meno della metà delle imprese, il 48%, ha fissato obiettivi coerenti con le linee guida scientifiche ritenute necessarie per limitare il riscaldamento globale. 

Per quanto riguarda l’uso dei crediti di carbonio, tra le aziende che dichiarano obiettivi net-zero, il 63% si affida ad essi come strumento principale di compensazione. Risultato? Le imprese compensano semplicemente le proprie emissioni anziché decarbonizzarle attivamente. L’uso dei crediti mostra comunque significative differenze settoriali: sale al 78% nei servizi finanziari e al 69% nei trasporti, due settori nei quali l’abbattimento delle emissioni è più complesso. 

Quando agire costa meno che fermarsi: il vero impatto economico della transizione climatica

La valutazione finanziaria dei rischi climatici rimane un punto debole per molte imprese, che nei propri report non includono ancora in modo sistematico un’analisi dell’impatto economico degli scenari fisici e di transizione. Ciò è rilevante perché, secondo il Barometer, le aziende che effettuano queste stime riescono a delineare con maggiore precisione il rapporto tra costi dell’azione e costi dell’inazione. Nella ricerca, il costo dell’azione è definito come l’insieme dei costi previsti per implementare misure di mitigazione e adattamento climatico, mentre il costo dell’inazione rappresenta l’impatto finanziario stimato nel lungo periodo derivante dai rischi legati al clima. 

Da questa analisi emerge un divario significativo: le imprese che pianificano misure di mitigazione e adattamento prevedono che il costo dell’azione incida mediamente per l’8% sui ricavi 2024, mentre il costo dell’inazione sale al 15%. Questo contrasto evidenzia come, nel perimetro delle aziende che hanno stimato entrambi gli scenari, il valore economico percepito dell’azione climatica sia superiore a quello dell’inerzia. Il Barometer segnala tuttavia che solo una minoranza delle imprese effettua una valutazione integrata dei due indicatori, limitando così la capacità di comprendere appieno la portata economica dei rischi climatici.

Lo studio evidenzia inoltre come i costi non siano uniformi tra i settori. Il comparto immobiliare registra il costo dell’azione più elevato, pari al 96% dei ricavi 2024, un valore che riflette la forte esposizione del settore agli eventi climatici estremi e la conseguente necessità di proteggere asset fisici soggetti a incendi, alluvioni o fenomeni meteorologici intensi. All’estremo opposto, i proprietari e gestori di attività finanziarie riportano il costo dell’inazione più alto, stimato in media al 120% dei ricavi 2024. Questo dato indica che il settore finanziario, operando su portafogli diversificati, riconosce come l’assenza di interventi climatici da parte delle imprese possa amplificare rischi futuri e incidere in modo sostanziale sul valore complessivo degli investimenti.


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