Il valore della certificazione accreditata per la parità di genere negli appalti, e i rischi dell’avvalimento

La certificazione accreditata per la parità di genere è sempre più determinante negli appalti pubblici, ma l’applicazione dell’avvalimento alla UNI/PdR 125 solleva dubbi tecnici e operativi. Accredia richiama l’attenzione sulla natura dei requisiti certificati e sui rischi di distorsione nei punteggi premiali

Di Gianluca Di Giulio

Strategie ESG - Pubblicato il 11-03-2026

In più di tre anni, circa 12 mila aziende italiane hanno ottenuto la certificazione accreditata per la parità di genere superando con largo anticipo il target del PNRR fissato a 800 imprese entro il 2026. Un risultato che testimonia la volontà concreta del sistema produttivo italiano di colmare i divari ancora presenti nelle opportunità di carriera, nei livelli retributivi e nella partecipazione delle donne alla vita economica.

A trainare questa crescita è stato anche il sistema premiale previsto dal PNRR, che riconosce sgravi contributivi fino a 50 mila euro e punteggi aggiuntivi nelle gare pubbliche per le imprese certificate. Ma il vero motore di questo cambiamento è più profondo: la consapevolezza che parità e inclusione non sono più solo temi reputazionali, ma fattori strutturali di competitività e sostenibilità aziendale.

L’interesse per questo tipo di certificazione accreditata è in aumento, tuttavia, sia pur nel contesto positivo, Accredia esprime preoccupazione per la tendenza ad applicare l’istituto dell’avvalimento alla certificazione di parità di genere nelle gare pubbliche, come avallato da alcune pronunce della giustizia amministrativa. 

Prima però di analizzare con più attenzione questa nuova pratica, per lo più inappropriata, rivediamo insieme brevemente cos’è la certificazione accreditata per la parità di genere.

La certificazione accreditata per la parità di genere UNI/PdR 125

Riconosciuta dal PNRR come strumento strategico per promuovere l’inclusione e ridurre i divari di partecipazione femminile nel lavoro e nella leadership, la certificazione accreditata per la parità di genere, rilasciata dagli organismi accreditati da Accredia, Ente italiano di accreditamento, si fonda sulla Prassi UNI/PdR 125, che definisce criteri misurabili per valutare le politiche di parità nelle organizzazioni. Non si tratta di una dichiarazione di principio, ma di un sistema di gestione basato su dati oggettivi: misura e rendiconta gli indicatori di genere, promuove la trasparenza nei processi interni e stimola un miglioramento continuo.

Le aziende che intraprendono questo percorso si impegnano a tradurre la cultura della parità in azioni concrete, dalle procedure di selezione e promozione al sostegno alla genitorialità, dalla riduzione del gender pay gap alla rappresentanza femminile nei ruoli di governance. Ogni impresa definisce un piano strategico triennale, monitorato annualmente dagli organismi di valutazione, che verifica la coerenza tra impegni e risultati.

Certificazione accreditata per la parità di genere: i requisiti

La certificazione accreditata non ha limiti di settore o dimensione: può essere richiesta da realtà grandi o piccole, pubbliche o private. Un principio di equità che consente anche alle PMI, cuore dell’economia italiana, di misurarsi in modo proporzionato. La flessibilità della Prassi, inoltre, permette un’adozione più efficace anche nelle realtà con strutture organizzative ridotte, dove la semplificazione rappresenta uno strumento di concretezza e non di rinuncia.

Certificazione accreditata per la parità di genere: chi la rilascia

Ad oggi, sono 64 gli organismi accreditati da Accredia (qui l’elenco organismi di certificazione accreditati)  per il rilascio della certificazione UNI/PdR 125, a conferma della diffusione e del consolidamento di un sistema di valutazione che coniuga rigore tecnico e impatto sociale.

Gare d’appalto, perché il meccanismo dell’avvalimento per la UNI/PdR 125 non convince

Come già accennato il Codice dei Contratti pubblici (D.Lgs. 36/2023) ha dato un notevole rilievo alla certificazione della parità di genere. Basti considerare che, a fronte della generale eliminazione, all’interno dell’art. 108, dell’esemplificazione dei possibili elementi cui attribuire valore premiale nella valutazione delle offerte tecniche, il comma 7 della citata disposizione indica espressamente “l'adozione di politiche tese al raggiungimento della parità di genere comprovata dal possesso della certificazione della parità di genere di cui all'articolo 46-bis del codice delle pari opportunità tra uomo e donna, di cui al decreto legislativo 11 aprile 2006, n. 198”, utilizzando, peraltro, una formulazione di tipo mandatorio “le stazioni appaltanti prevedono nei bandi di gara, negli avvisi e negli inviti, il maggior punteggio da attribuire alle imprese” dotate appunto della certificazione.

Tuttavia, a fronte della sensibilità manifestata dal Legislatore per il tema, si sta diffondendo la prassi di utilizzare l’istituto dell’avvalimento per ottenere il punteggio premiale previsto dal Codice dei contratti pubblici per la parità di genere, senza che le imprese partecipanti alle procedure di gara si dotino effettivamente della certificazione predetta.

Come è noto, l’istituto dell’avvalimento è nato in ambito UE per facilitare la partecipazione alle gare pubbliche di imprese che, per dimensione, esperienza, disponibilità di mezzi o capacità economica, non fossero in grado di dimostrare il possesso dei requisiti richiesti dalla documentazione di gara.
In buona sostanza, con l’istituto dell’avvalimento questi operatori ottengono “in prestito”, dietro corrispettivo, i requisiti mancanti per partecipare alla gara, da altri operatori che, invece, li posseggono.

Si tratta, quindi, di uno strumento pro-concorrenziale che amplia la platea dei possibili concorrenti nelle gare pubbliche. Le risorse prestate dall’impresa ausiliaria devono, però, essere effettivamente messe a disposizione dell’impresa ausiliata per garantire che non si tratti di accordi vuoti, formali e privi di sostanza.

Il nuovo Codice ha ampliato la portata dell’istituto consentendo che lo stesso possa essere utilizzato non solo per dimostrare i requisiti che consentono di accedere alla gara, ma anche per conquistare punti aggiuntivi nella valutazione dell’offerta presentata (c.d. avvalimento premiale puro) e la giurisprudenza ha avallato, in questo contesto, anche la possibilità di utilizzare l’avvalimento per farsi “prestare” la certificazione della parità di genere di cui all'articolo 46-bis del codice delle pari opportunità tra uomo e donna, di cui al decreto legislativo 11 aprile 2006, n. 198

Accredia non può che manifestare fortissime perplessità rispetto all’utilizzo dell’avvalimento per la dimostrazione, attraverso la certificazione della parità di genere “prestata” da altra impresa, dell’effettiva adozione da parte dell’operatore economico degli strumenti, dei KPI e delle politiche aziendali che sono alla base della prassi di riferimento.

La PdR/125 definisce le linee guida sul sistema di gestione per la parità tra uomo e donna all’interno dell’impresa che prevede la strutturazione e adozione di un insieme di indicatori prestazionali (KPI) i quali, per l’ottenimento della certificazione, vengono misurati e costantemente monitorati da Organismi terzi, opportunamente accreditati dall’Ente di accreditamento per lo specifico scopo, dotati della professionalità, imparzialità e indipendenza  necessarie a garantire che il percorso intrapreso dall’impresa certificata – specificamente tarato sulla realtà di quella particolare impresa - sia effettivo e non meramente di facciata.

Nel caso in cui la certificazione della parità di genere venga “prestata”, si dovrebbe garantire, quindi, non solo che vengano messi a disposizione dell’operatore economico i processi, i KPI e le politiche interne in grado di guidare il cambiamento nell’impresa e la progressiva riduzione dei gap esistenti tra i generi, ma anche che questo insieme di strumenti venga costantemente verificato e monitorato da soggetti terzi, imparziali e competenti come sono soltanto gli Organismi accreditati per lo specifico scopo.

Ma nel caso in cui la certificazione sia “prestata” verrebbe proprio a mancare l’elemento essenziale della verifica e del monitoraggio degli indicatori di parità di genere da parte degli organismi accreditati a ciò specificamente deputati. Gli ausiliari  potrebbero limitarsi a mettere a disposizione un kit di politiche standard, KPI e processi non calibrati sulla realtà dell’impresa e quest’ultima potrebbe semplicemente adottarli in modo formale e non verificato per vedersi riconoscere il punteggio aggiuntivo.

È evidente che la diffusione di una simile prassi svilirebbe il senso stesso dell’attribuzione di un punteggio premiale per l’adozione di politiche – verificate e certificate – dirette alla parità di genere e avrebbe effetti distorsivi sul sistema, scoraggiando gli operatori economici dall’intraprendere seriamente il percorso della certificazione e il cambiamento consapevole e profondo della realtà aziendale che questo percorso implica.       

L’accreditamento come leva per la sostenibilità sociale

La certificazione per la parità di genere rappresenta uno degli esempi più concreti di come l’accreditamento possa agire da leva per la sostenibilità sociale, traducendo principi di equità e inclusione in strumenti misurabili e verificabili. È un percorso di responsabilità condivisa tra istituzioni, imprese e organismi di valutazione, orientato non solo al rispetto degli obiettivi del PNRR, ma a un cambiamento duraturo nella cultura aziendale e nel mercato del lavoro.

In quest’ottica, per Accredia la sfida del futuro sarà continuare a rafforzare la credibilità e il valore pubblico della certificazione accreditata, come garanzia di fiducia, imparzialità e trasparenza. La parità di genere, misurata e certificata, non è più un obiettivo distante: è un indicatore concreto di sostenibilità sociale, una condizione per crescere in modo più equo, innovativo e competitivo.


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