Corporate Digital Responsibility, il digitale entra nel bilancio della sostenibilità

Dati, intelligenza artificiale, cybersecurity, accessibilità e impatti ambientali delle tecnologie diventano scelte di governance digitale ESG. E sempre più spesso determinano la fiducia degli stakeholder

Di Sergio Vazzoler

Strategie ESG - Pubblicato il 09-07-2026

Per anni abbiamo raccontato il digitale come sinonimo di leggerezza: meno carta, meno spostamenti, più efficienza. Tutto vero, almeno in parte, ma questa narrazione ha contribuito a creare un equivoco. Il digitale non è una nuvola innocua sospesa sopra l’impresa: ha infrastrutture, consuma energia, raccoglie dati, orienta decisioni, può includere o escludere persone, può rafforzare o incrinare la fiducia.

È qui che entra in gioco la Corporate Digital Responsibility, o CDR: la responsabilità digitale d’impresa. Un concetto ancora giovane, ma destinato a diventare sempre più centrale nella sostenibilità aziendale. Perché se la transizione digitale è ormai dentro ogni processo — dalle risorse umane al marketing, dalla logistica alla finanza, dalla relazione con clienti e cittadini alla rendicontazione ESG — allora anche il modo in cui la tecnologia viene progettata, acquistata, usata e governata diventa una questione di sostenibilità.

Cos’è la Corporate Digital Responsibility

La Corporate Digital Responsibility può essere definita come l’insieme di valori, regole, processi e responsabilità con cui un’organizzazione governa l’uso delle tecnologie digitali e dei dati. Nella letteratura manageriale, la CDR viene descritta come un sistema di valori e norme condivise che guida le imprese nelle diverse fasi legate alla tecnologia e ai dati: creazione, raccolta, utilizzo decisionale, valutazione degli impatti e miglioramento continuo. 

La CDR comprende almeno cinque dimensioni: gestione etica dei dati, trasparenza algoritmica, cybersecurity, inclusione e accessibilità digitale, impatti ambientali di hardware, software, infrastrutture e servizi cloud. Non è quindi una nuova etichetta da aggiungere al vocabolario ESG — ne avevamo poche, in effetti — ma un modo per rendere visibile ciò che spesso resta nascosto dietro la parola “innovazione”.

Perché la governance digitale riguarda tutte le imprese

Pensare che la sostenibilità digitale riguardi solo big tech, piattaforme social o aziende informatiche è un errore prospettico. Oggi ogni organizzazione è, almeno in parte, digitale: usa gestionali, piattaforme cloud, sistemi di CRM, strumenti di marketing automation, software per selezionare il personale, siti web, e-commerce, app, sistemi di pagamento, intelligenza artificiale generativa.

E ogni scelta digitale porta con sé una domanda ESG.

Sul fronte ambientale, l’Agenzia Internazionale dell’Energia stima che i data center abbiano consumato circa 415 TWh nel 2024, pari a circa l’1,5% dei consumi elettrici globali, con una crescita media del 12% annuo negli ultimi cinque anni. La stessa IEA prevede una possibile crescita fino a circa 945 TWh entro il 2030, trainata in larga parte dall’intelligenza artificiale e dal calcolo accelerato. 

Sul fronte sociale, il digitale apre temi altrettanto materiali: accessibilità dei servizi online, benessere delle persone esposte a iperconnessione e tecnostress, competenze digitali, inclusione di chi rischia di restare ai margini. Sul fronte governance, invece, entrano in gioco sicurezza, privacy, sovranità digitale, tracciabilità dei dati, responsabilità nelle decisioni automatizzate.

È evidente come la governance digitale ESG non possa restare confinata nel reparto IT ma debba entrare nei consigli di amministrazione, nelle politiche di procurement, nei sistemi di controllo interno, nella formazione, nella relazione con stakeholder, clienti, dipendenti e comunità.

IA, dati e accountability

L’intelligenza artificiale ha accelerato tutto. Anche le contraddizioni.

Da un lato promette produttività, efficienza, nuove capacità di analisi, supporto alla transizione ecologica, servizi più personalizzati. Dall’altro amplifica rischi già noti: uso improprio dei dati, bias, opacità decisionale, disinformazione, aumento dei consumi energetici, dipendenza da fornitori tecnologici poco trasparenti.

Qui la parola chiave è accountability. Non basta dichiarare che l’azienda “usa l’AI in modo etico”. Serve sapere dove viene usata, con quali dati, con quali criteri di controllo, con quale supervisione umana, con quali effetti su lavoratori, clienti e utenti.
Anche il quadro europeo sta andando in questa direzione. L’AI Act introduce un approccio basato sul rischio e prevede un’applicazione graduale: dal 2 febbraio 2025 sono entrati in applicazione gli obblighi relativi alle pratiche vietate e all’alfabetizzazione sull’AI; dal 2025 e 2026 seguono altri passaggi su governance, modelli di AI general purpose e sistemi ad alto rischio. 

Per le imprese, questo significa che l’etica digitale aziendale dovrà diventare competenza organizzativa, una pratica quotidiana: mappare i casi d’uso, classificare i rischi, formare le persone, definire policy, monitorare impatti, aggiornare i modelli decisionali.
L’AI senza governance è come una macchina molto potente senza cruscotto: può correre, certo. Ma non è detto che stia andando nella direzione giusta.

Sostenibilità e digitale: le prospettive normative europee

Il perimetro regolatorio europeo conferma che sostenibilità e digitale stanno convergendo. Non in modo ordinato e lineare, ma con un certo affollamento: AI Act, GDPR, NIS2, Digital Services Act, Data Governance Act, Data Act, European Accessibility Act, CSRD.
La Direttiva NIS2 rafforza gli obblighi di cybersecurity e risk management per soggetti essenziali e importanti, con attenzione a misure tecniche, organizzative e metodologiche. Il Digital Services Act introduce nuove regole per i servizi online, con un focus su sicurezza, trasparenza e responsabilità delle piattaforme. Il Data Governance Act punta ad aumentare la fiducia nella condivisione dei dati e a rafforzarne la disponibilità. L’European Accessibility Act, infine, mira a rendere più accessibili prodotti e servizi, riducendo le barriere nel mercato europeo. 

Il messaggio per le imprese è abbastanza chiaro: la compliance digitale non può essere gestita a compartimenti stagni. Privacy da una parte, cybersecurity dall’altra, AI in un terzo cassetto, accessibilità in un altro ancora. La responsabilità digitale d’impresa richiede un disegno unitario, capace di collegare norme, rischi, impatti e fiducia.

Sloweb, Amapola e la cultura italiana della sostenibilità digitale

In Italia, tra gli attori impegnati nella diffusione della cultura della sostenibilità digitale, Sloweb APS rappresenta un riferimento presente da tempo. L’associazione promuove un uso responsabile, consapevole e partecipativo del digitale, dello sviluppo software e delle infrastrutture IT, attraverso divulgazione, formazione, advisory e pubblicazioni. 

In questo scenario si inserisce la partnership con Amapola Società Benefit, che ha scelto di sostenere Sloweb per contribuire alla crescita di una cultura della sostenibilità capace di includere pienamente la dimensione digitale. La collaborazione nasce dall’incontro tra due competenze complementari: da un lato l’esperienza di Amapola nei percorsi ESG, nella comunicazione responsabile e nello stakeholder engagement; dall’altro le competenze specifiche di Sloweb sul digitale sostenibile. 

Il lavoro comune si muove lungo le tre dimensioni ESG: ambientale, con attenzione a consumi energetici, impronta carbonica digitale, circolarità ed e-waste; sociale, con focus su accessibilità, inclusione, benessere digitale e competenze; di governance, attraverso cybersecurity, data privacy, etica digitale, politiche sull’uso dell’AI e criteri responsabili negli acquisti IT.

È qui che la partnership assume un valore concreto: aiutare le aziende a passare dalla generica sensibilità verso il “digitale sostenibile” alla costruzione di pratiche, policy e strumenti di governo. Significa valutare la maturità digitale dell’organizzazione, formare le persone, definire linee guida, misurare gli impatti, integrare la responsabilità digitale nelle strategie ESG e nei processi di rendicontazione. In altre parole, riconoscere che il digitale non è un abilitatore neutrale, ma un fattore materiale di sostenibilità, fiducia e responsabilità d’impresa.


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