Corporate Net-Zero: impegno reale o buzzword?

La ricerca analizza come le grandi aziende globali comunicano gli impegni net-zero nelle loro dichiarazioni di sostenibilità, rivelando un discorso prevalentemente aspirazionale e una variabilità significativa in termini di concretezza e ambizione

Di Simona Politini

Ricerche e Pubblicazioni - Pubblicato il 03-09-2025

L'impegno delle grandi aziende globali nella lotta ai cambiamenti climatici si traduce oggi spesso in dichiarazioni di intenti chiamate “impegni net-zero”. Questi obiettivi puntano a bilanciare le emissioni di gas serra con la loro compensazione, con lo scopo di azzerare nelle attività aziendali l’impatto sul riscaldamento globale entro il 2050. Tuttavia, la credibilità e la concretezza di tali impegni sono spesso messe in discussione. Una recente ricerca accademica realizzata da Matteo Fuoli e Annika Beelitz dell'Università di Birmingham in UK, "Corporate buzzword or genuine commitment?", ha indagato come le 500 maggiori aziende mondiali (Fortune Global 500) raccontano e costruiscono discorsivamente il concetto di net-zero nei loro rapporti di sostenibilità, per capire quanto queste dichiarazioni rispondano a una reale volontà di cambiamento o siano invece semplici buzzword usate per gestire l’immagine aziendale.

La ricerca ha esaminato 1258 report di sostenibilità relativi agli anni 2020-2022, analizzando oltre 62 milioni di parole. Attraverso tecniche di analisi testuale quantitativa e qualitativa, i ricercatori hanno misurato la frequenza e l’uso delle espressioni legate a net-zero, identificando le strategie proposte per la riduzione delle emissioni e il modo in cui le aziende inquadrano la propria posizione e ruolo in questo processo.

Corporate Net-Zero tra aspirazioni e azioni concrete

In generale la ricerca evidenzia come il discorso net-zero nelle grandi aziende sia ormai un fenomeno diffuso e centrale, ma resti largamente retorico e non sempre accompagnato da politiche aziendali concrete e ambiziose. Il linguaggio utilizzato tende a rassicurare investitori e stakeholder, facendo leva su narrazioni di progresso graduale e su metafore di viaggio, ma senza affrontare in modo esplicito la portata delle trasformazioni necessarie per il contrasto reale e urgente al cambiamento climatico globale. Perciò, la trasparenza e l’analisi critica delle dichiarazioni d’intenti rimangono strumenti essenziali per monitorare e verificare il rispetto degli impegni net-zero dichiarati dalle imprese. Ma vediamo più in dettaglio.

Uno dei risultati più evidenti è che il 73,6% delle aziende analizzate menziona almeno una volta il termine net-zero nei report. Settori come quello petrolifero e finanziario mostrano una forte enfasi sull’argomento, con aziende che usano un linguaggio molto assertivo e visualmente prominente per sottolineare i propri obiettivi e l’urgenza del tema. Tuttavia, è emersa una sostanziale variabilità nella chiarezza e nell’ambito degli impegni: ad esempio, molte imprese del settore oil & gas tendono a escludere dalle proprie strategie le emissioni indirette di tipo scope 3 (legate all’uso dei prodotti), delegando la responsabilità a terzi e minimizzando così la portata dei propri obblighi.

Dal punto di vista linguistico, la ricerca ha mostrato come il linguaggio intorno al net-zero sia fortemente influenzato da metafore legate al concetto di “viaggio” e “transizione”, che da decenni caratterizzano il discorso aziendale sulla sostenibilità. Queste metafore tendono a minimizzare l’urgenza della crisi climatica, descrivendo il percorso verso il net-zero come un processo graduale, una “ambizione” o “un obiettivo da raggiungere”, piuttosto che un impegno vincolante e urgente. La prevalenza di termini volitivi come “ambizione” e “impegno” suggerisce una forma di “hedging” linguistico: le aziende manifestano una forte intenzione senza assumere un obbligo stringente, mantenendo così la flessibilità strategica.

Le strategie più frequentemente indicate nei documenti per la riduzione delle emissioni sono la definizione di obiettivi quantitativi di emissione, l’efficienza energetica e la transizione verso energie rinnovabili. Strategie più controverse e meno discusse, come la cattura e lo stoccaggio del carbonio o il ricorso alla compensazione tramite offset, appaiono invece molto marginali, probabilmente per via delle crescenti critiche mediatiche e scientifiche. La prevalenza di strategie basate su target e reporting indica una forte attenzione alla misurabilità e alla comunicazione, ma lascia spazio a dubbi sull’effettiva efficacia e incisività delle azioni intraprese.

Dal punto di vista ideologico, le aziende adottano vari frame discorsivi per legittimare i propri comportamenti nell’ambito della transizione ecologica: si mostrano come “abilitatori” e facilitatori, sottolineando il proprio ruolo positivo e contribuendo a sostenere la narrativa tecnocratica e ottimista della transizione verde. Alcune imprese enfatizzano le opportunità economiche e di investimento generate dalla sfida climatica, mentre altre evidenziano l’importanza di una transizione “giusta” e inclusiva dal punto di vista sociale. In ogni caso, la visione proposta è largamente ottimistica e vaga, senza fornire dettagli precisi su come raggiungere gli obiettivi annunciati.

Un ulteriore elemento di preoccupazione riguarda le recenti inversioni di rotta da parte di grandi aziende, in particolare nel settore petrolifero e finanziario, che hanno rivisto al ribasso o addirittura abbandonato obiettivi precedenti in risposta a crisi geopolitiche e pressioni economiche, proseguendo o espandendo investimenti in fonti fossili. Ciò invita a considerare con estrema cautela le dichiarazioni aziendali, che appaiono in molti casi forme di “impression management” più che veri e propri impegni di cambiamento strutturale.

 


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