Nel dibattito sulla sostenibilità finanziaria, il 2025 segna un punto di svolta. La “Survey of Investors, Retirement Savings, and ESG's 2025”, realizzata dalla Stanford Graduate School of Business insieme al Governance of Organizations Working Group della Hoover Institution alla Stanford University, restituisce un quadro meno ideologico e più disincantato dell’investimento ESG.
Lo studio – firmato da David F. Larcker, Amit Seru e Brian Tayan – si basa su un campione americano di 2.653 investitori retail con partecipazioni azionarie in conti pensionistici o personali, per un valore medio investito pari a 165.400 dollari. Si tratta della quarta rilevazione a cadenza annuale condotta con la medesima metodologia dal 2022
Il dato chiave? L’ESG non scompare, ma perde la dimensione emotiva e generazionale che lo aveva caratterizzato negli anni precedenti.
La convergenza generazionale: fine del divario in tema di sostenibilità
Nel 2022 i giovani investitori (Millennials e Gen Z) si distinguevano nettamente per preoccupazione ambientale e disponibilità a sacrificare rendimento pur di sostenere cause ESG. Oggi questa frattura generazionale si è quasi annullata.
Nel 2025 solo il 44% dei giovani dichiara di essere “molto preoccupato” per le questioni ambientali, in calo rispetto al 70% del 2022. Le percentuali degli investitori di mezza età e senior risultano ormai prossime (39% e 38%). Anche sulle tematiche sociali e di governance le differenze risultano contenute: il 45% dei giovani si dice molto preoccupato per questioni sociali e il 31% per la governance.
L’ESG non è più dunque un elemento identitario che separa generazioni diverse. Le opinioni convergono verso un approccio più vicino a quello tradizionalmente adottato dagli investitori istituzionali.
Disponibilità a “pagare” per l’ESG: il ridimensionamento
Uno degli aspetti più rilevanti della ricerca riguarda la disponibilità a sacrificare rendimento.
Tra il 3% e il 4% degli investitori si dichiara disposto a perdere oltre il 10% del proprio patrimonio per promuovere cambiamenti sociali nelle aziende in cui investe. La maggioranza dei Baby Boomers continua a dichiarare di non voler rinunciare ad alcuna quota del proprio capitale per tali finalità. Se si osservano scenari concreti – come l’adozione del 100% di energia rinnovabile nella supply chain o l’obbligo di prodotti pienamente sostenibili – la quota di chi non è disposto a perdere nulla cresce nel tempo in tutte le fasce generazionali.
In termini economici, gli autori interpretano questo comportamento come tipico di un “bene di lusso”: l’ESG viene sostenuto quando le prospettive economiche sono favorevoli, ma è tra le prime voci a essere ridimensionate quando aumentano inflazione, incertezza e timori sulla crescita.
Polarizzazione emotiva, impatto limitato sulle scelte
Un elemento particolarmente interessante riguarda la reazione degli investitori alle aziende che riducono o posticipano impegni ESG.
Il 48% dei giovani e il 46% degli investitori più anziani si oppongono alla chiusura di programmi DEI, mentre una quota significativa – 32% e 38% rispettivamente – approva tali decisioni. Analogamente, la revisione al ribasso degli obiettivi di neutralità climatica divide quasi equamente i rispondenti.Tuttavia, quando si tratta di decidere se acquistare o vendere un titolo, questi elementi pesano relativamente poco: su una scala da 1 a 10, l’importanza attribuita a tali decisioni aziendali si attesta intorno a 4,5.
In altri termini: l’indignazione o l’approvazione espressa a livello dichiarativo non si traduce in modo proporzionale nelle scelte di portafoglio.
Aspettative di rendimento in calo e fiducia ridotta
Il raffreddamento dell’entusiasmo ESG si inserisce in un contesto di aspettative economiche più prudenti.
Nel 2025 i giovani investitori stimano un rendimento del 6,8% nei prossimi 12 mesi e dell’8% su base annua nel prossimo decennio, in calo rispetto all’anno precedente. Anche gli investitori più anziani riducono le aspettative.
Parallelamente, la quota di giovani che si dichiara “molto competente” sui mercati finanziari è scesa drasticamente rispetto ai picchi del 2022.
Il messaggio è coerente: minore fiducia macroeconomica, maggiore attenzione alla protezione del capitale.
L’ESG come filtro di rischio, non come motore di rendimento
La conclusione implicita dello studio è che l’ESG non viene più percepito come un canale privilegiato per generare extra-rendimenti né come leva principalmente valoriale.
Per molti investitori, soprattutto istituzionali, i fattori ESG operano come filtro di rischio: caratteristiche ambientali o di governance deboli possono rappresentare un elemento di esclusione, ma solidi rating ESG raramente compensano fondamentali finanziari fragili.
Si tratta di una distinzione concettuale cruciale: l’ESG non è un “premio”, ma un criterio di selezione e mitigazione del rischio reputazionale, normativo e operativo.
Investimenti ESG, una maturazione del mercato
La Survey 2025 di Stanford non certifica la fine dell’ESG, ma la sua normalizzazione.
L’investitore medio tratta oggi le variabili ambientali, sociali e di governance come qualsiasi altro fattore di investimento: soggetto a costi-opportunità, vincoli di liquidità e cicli economici.
Per imprese e consigli di amministrazione, la lezione è chiara: strategie ESG fondate sull’aspettativa di un altruismo diffuso appaiono fragili. Quelle ancorate a gestione del rischio, trasparenza e sostenibilità economica sono, invece, più resilienti nel tempo.