Principi ESG ancora lontani dalle decisioni aziendali, solo il 37% delle imprese integra la sostenibilità nel business

Secondo una survey Noesis-Richmond Executive Observatory con Ipsos Doxa, solo il 37% delle aziende integra i principi ESG nei processi decisionali. Intanto, il rischio per le imprese che non gestiscono i dati climatici potrebbe superare il 20% del valore degli asset entro il 2030

Di Redazione

Ricerche e Pubblicazioni - Pubblicato il 06-07-2026

Solo poco più di un'azienda su tre integra concretamente i principi ESG nei propri processi decisionali e nei modelli di business. È il dato che emerge dalla survey realizzata da Noesis - Richmond Executive Observatory in collaborazione con Ipsos Doxa, che fotografa un sistema imprenditoriale ancora alle prese con il passaggio dalla consapevolezza alla reale attuazione delle strategie di sostenibilità.

L'indagine, presentata in occasione del Richmond Sustainability Business Forum, evidenzia un paradosso sempre più evidente: mentre la sostenibilità è ormai entrata stabilmente nel dibattito economico e manageriale, la sua integrazione nelle scelte operative delle organizzazioni procede con maggiore lentezza.

Solo il 37% delle aziende integra i principi ESG

Secondo la ricerca, soltanto il 37% delle aziende incorpora effettivamente i principi ESG nei processi decisionali e nei modelli di business.

Il dato sale al 46% nelle grandi imprese, segnalando una maggiore convinzione strategica rispetto al resto del tessuto produttivo. Tuttavia, per la maggior parte delle organizzazioni la trasformazione verso modelli di business realmente sostenibili appare ancora incompleta.

La ricerca mette in evidenza l'esistenza di una barriera strutturale che continua a rallentare l'integrazione della sostenibilità nelle strategie aziendali.

Le cinque aree critiche per gli stakeholder sugli investimenti ESG in azienda

La survey Richmond-Doxa ha inoltre analizzato la percezione degli stakeholder rispetto agli investimenti ESG, individuando cinque aspetti che le imprese devono presidiare per evitare che la sostenibilità si trasformi in un rischio reputazionale.

Necessità di supporto esterno. Il 63% degli intervistati ritiene che gli investimenti ESG debbano essere accompagnati da innovazione e politiche pubbliche efficaci per produrre risultati concreti.

Il rischio greenwashing. Per il 47% del campione le iniziative ESG vengono spesso utilizzate prevalentemente come strumenti di marketing, alimentando il fenomeno del greenwashing.

ESG come leva strategica. Solo il 37% considera gli investimenti ESG strategici per il successo dell'azienda, segnalando una percezione ancora non pienamente consolidata del loro valore competitivo.

Più regole per aumentare l'impatto. Un quarto degli intervistati (25%) ritiene che, senza una regolamentazione più rigorosa, l'efficacia degli investimenti ESG rischi di rimanere limitata.

Dubbi sulla redditività. Il 9% teme che gli investimenti ESG possano incidere negativamente sulla redditività nel breve periodo.

Honegger: «La sostenibilità deve diventare un'architettura competitiva»

Secondo Claudio Honegger, co-fondatore e amministratore di Richmond Italia, le imprese sono chiamate a superare un approccio puramente comunicativo alla sostenibilità.

«Il management deve abbandonare definitivamente la narrazione di facciata per abbracciare un modello in cui la sostenibilità funge da vera e propria architettura competitiva. La sfida principale per le imprese moderne è proprio questa: evolvere verso una gestione capace di governare con estremo rigore la complessità, i flussi di dati e i rischi operativi, rendendo la sostenibilità il vero motore del proprio vantaggio competitivo».

Greenwashing e mancanza di trasparenza alimentano la sfiducia

Lo studio evidenzia come lo scetticismo degli italiani verso le pratiche ESG sia fortemente influenzato dalla percezione di un utilizzo eccessivo del greenwashing.

Il principale elemento di sfiducia riguarda i proclami pubblici e le partnership ambientali che non trovano corrispondenza in cambiamenti concreti nei processi produttivi, indicati dal 62% degli intervistati.

A ciò si aggiunge il tema della trasparenza. Il 59% del campione critica la diffusione di report di sostenibilità considerati troppo vaghi o privi di dati verificabili.

La diffidenza si estende anche agli strumenti di validazione: il 38% ritiene poco affidabili alcune certificazioni ambientali, mentre il 37% guarda con sospetto alle iniziative di compensazione delle emissioni quando non sono accompagnate da una reale riduzione dell'impatto ambientale.

Infine, il 33% giudica negativamente la tendenza delle aziende a fissare obiettivi di sostenibilità troppo lontani nel tempo, percepiti come promesse difficilmente verificabili.


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