Scenari per la CSRD, analisi delle proposte Omnibus e possibili soluzioni

Il documento analizza le proposte di modifica alla Corporate Sustainability Reporting Directive dell’UE, mostrando come le soglie di dipendenti e ricavi influenzino drasticamente il numero di aziende obbligate e suggerisce un sistema a due livelli per bilanciare trasparenza e costi amministrativi

Di Simona Politini

Normative - Pubblicato il 17-07-2025

Il documento "Scenarios for CSRD", redatto da Andreas Rasche (Copenhagen Business School), Theodor F. Cojoianu (Singapore Management University & University of Edinburgh), Andreas G. F. Hoepner e Fabiola I. Schneider (University College Dublin), affronta le recenti proposte di modifica ai criteri di applicazione della Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) dell’Unione Europea.

Presentato come working paper il 17 luglio 2025, questo lavoro offre un’analisi quantitativa e qualitativa dell’impatto che diverse soglie di inclusione delle aziende possono avere sul numero di imprese soggette a obblighi di rendicontazione di sostenibilità e sui relativi costi amministrativi. Esso mostra come le soglie su dipendenti e ricavi cambino drasticamente la platea regolata e solleva una tensione tra trasparenza, oneri di compliance e rischi sociali, suggerendo che una soluzione differenziata sia la risposta più equilibrata e pragmaticamente applicabile nel contesto europeo.

Scenari per la CSRD: obiettivo e metodologia dello studio

Gli autori si concentrano sulle modifiche ai criteri di applicazione della CSRD, proposte attraverso l’"Omnibus I Simplification Package". Sono valutate tre principali posizioni istituzionali:

  • la proposta della Commissione Europea,
  • la posizione adottata dal Consiglio dell’UE,
  • la bozza della posizione del Parlamento Europeo (EPP).

Per ogni scenario gli autori stimano quante imprese sarebbero incluse o escluse dagli obblighi di rendicontazione, in relazione alle soglie sull’organico (numero di dipendenti) e agli indicatori finanziari. I dati sono estratti dal database Orbis (con aggiornamento a giugno 2025) e le analisi assumono combinazioni diverse di criteri, considerando inoltre l’esenzione per le società controllate che usufruiscono della rendicontazione consolidata di gruppo. Una delle principali assunzioni, condivisa anche dalla Commissione Europea, è che solo il 30% delle controllate produca una propria rendicontazione, mentre il resto si avvale dell’esenzione.

I risultati principali

Le stime rivelano una forte variabilità nel numero di imprese obbligate, a seconda delle soglie considerate. La CSRD originaria includeva circa 46.000 aziende europee (assumendo il 30% delle controllate reportanti). La proposta della Commissione (soglia a 1.000 dipendenti, ricavi minimi €50 milioni o attivi €25 milioni) ridurrebbe tale numero a circa 9.200 imprese. La posizione del Consiglio (sempre 1.000 dipendenti, ma ricavi minimi €450 milioni) ne restringerebbe ulteriormente la platea a circa 4.867, mentre la bozza EPP del Parlamento (soglia a 3.000 dipendenti e ricavi €450 milioni) escluderebbe quasi tutte le aziende, lasciando circa 2.858 società sotto obbligo.

Un’osservazione rilevante è che il passaggio da una soglia di 250 a 500 dipendenti (nello scenario Commissione) riduce drasticamente il numero di aziende coinvolte (-17.500 entità), mentre un ulteriore innalzamento a 1.000 o 3.000 dipendenti genera tagli marginali. I criteri doppi di dipendenti/ricavi rischiano, per soglie elevate, di essere ridondanti: aziende con 3.000 dipendenti superano quasi sempre €450 milioni di ricavi.

Rischi e criticità delle soglie alla CSRD proposte

Il documento evidenzia alcune criticità delle nuove proposte, tutte accomunate dall’introduzione della soglia dei dipendenti come elemento obbligatorio per l’inclusione. Con la norma attuale, basta raggiungere le soglie finanziarie per rientrare in CSRD, anche con pochi dipendenti (caratteristico, ad esempio, di settori capital intensive come il leasing aeronautico). Con i nuovi criteri, queste aziende potrebbero essere escluse dagli obblighi di reporting, nonostante le loro dimensioni finanziarie e impatto rilevante.

Esiste inoltre un rischio sociale: l’incentivo per le imprese, specie multinazionali, a ridurre il personale interno o a esternalizzare forza lavoro fuori dall’UE per mantenersi sotto soglia, indebolendo tutele e qualità dell’occupazione.

Omnibus, semplificazione CSRD: due proposte di compromesso

In un primo scenario gli autori propongono una via d’uscita tramite un sistema a doppio livello di reporting:

  • Tier 1: aziende tra 500-1.000 o tra 500-5.000 dipendenti (con soglie finanziarie di almeno €50 milioni di ricavi o €25 milioni di attivi) soggette a un obbligo semplificato e privo di attestazione con livello limitato di sicurezza (no limited assurance).
  • Tier 2: aziende sopra 1.000 o 5.000 dipendenti soggette a rendicontazione secondo gli standard ESRS, con limited assurance, obbligatoria.

Questo compromesso consentirebbe di includere, a costi moderati, la trasparenza su un ampio spettro di aziende di rilievo imitandone però l’onere amministrativo più gravoso alle sole società più grandi, al fine di rispondere sia agli obiettivi di sostenibilità sia alle esigenze di contenimento dei costi.

Un secondo scenario (500-5.000 dipendenti nel livello 1) mostra addirittura che i risparmi sui costi sono superiori a quelli della proposta omnibus originale.

Entrambi gli scenari portano altre 6.800 imprese nel campo di applicazione del CSRD. Mentre lo scenario A comporterebbe solo un costo aggiuntivo di conformità pari a 326 milioni di euro all'anno, lo scenario B porterebbe addirittura a ulteriori risparmi stimati di 437 milioni di euro (rispetto alla proposta della Commissione e compresi i costi una tantum).

I quattro vantaggi della CSRD (secondo il documento "Scenarios for CSRD")

Il documento "Scenarios for CSRD" elenca e spiega quattro principali benefici derivanti dall’obbligo di rendicontazione di sostenibilità secondo la CSRD:

1. Stimolo ad azioni reali di sostenibilità. Il reporting obbligatorio non si limita a una mera esercitazione formale, ma stimola le imprese a intraprendere iniziative concrete in ambito sociale e ambientale. Uno studio citato nel documento mostra che le aziende soggette alla direttiva iniziano ad aumentare le proprie attività CSR già prima della sua entrata in vigore, suggerendo che la trasparenza favorisce cambiamenti reali nei comportamenti aziendali.

2. Migliore gestione dei rischi e opportunità ESG. La reportistica strutturata aiuta le imprese a identificare, valutare e gestire più efficacemente i rischi e le opportunità legati ai fattori ambientali, sociali e di governance. Questo processo comporta vantaggi anche nell’accesso al credito, poiché una maggiore trasparenza riduce le asimmetrie informative tra impresa e finanziatori, facilitando condizioni finanziarie migliori.

3. Maggiore qualità e standardizzazione delle informazioni per investitori. L’obbligatorietà dei requisiti di disclosure uniforma le informazioni disponibili sul mercato, fornendo agli investitori dati comparabili e più affidabili. Ciò si traduce in un miglioramento dell’ambiente informativo, aumentando la liquidità dei titoli delle aziende che adottano il reporting, con effetti positivi sul valore e sull’attrattività delle imprese quotate.

4. Miglioramento della qualità delle informazioni aziendali, soprattutto nelle PMI. Il reporting obbligatorio porta a una crescita significativa nella qualità delle informazioni sulle tematiche di sostenibilità. Questo miglioramento è particolarmente pronunciato per le piccole e medie imprese, che grazie alla standardizzazione dei requisiti riescono a produrre report più accurati, allineandosi a best practice riconosciute a livello europeo.

Questi vantaggi dimostrano come la rendicontazione obbligatoria di sostenibilità secondo la CSRD offra benefici sia interni (operativi e strategici) sia esterni (trasparenza verso il mercato e gli stakeholder), andando oltre il semplice rispetto normativo e contribuendo a promuovere una cultura aziendale più sostenibile.

 


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