9° Rapporto Censis-Eudaimon: lavoratori insoddisfatti cronici, a rischio la sostenibilità in azienda

Il documento delinea un quadro di malessere diffuso tra i lavoratori italiani che mostrano una perduta centralità del lavoro nelle loro vite, priorizzando il benessere personale in un contesto di crisi economica e sociale globale

Di Redazione

Ricerche e Pubblicazioni - Pubblicato il 26-02-2026

Pubblicato il 9° Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale, realizzato in collaborazione con Eudaimon, realtà di punta nei servizi per il welfare aziendale, con il contributo di Campari, Credem, Edison e Michelin. 

Lo studio scatta una fotografia sullo stato del benessere organizzativo all'interno delle imprese italiane, e i colori non sono certo brillanti. I lavoratori italiani vivono una condizione di insoddisfazione cronica, segnata da downshifting nelle priorità: la carriera non è più un obiettivo primario e il lavoro è spesso percepito come obbligo piuttosto che passione. Emergono deficit retributivi diffusi, mancanza di riconoscimenti e autonomia, accompagnati da malesseri psicologici come ergofobia, sindrome dell'impostore e fatigue emotiva, oltre a pratiche difensive come il right to disconnect e il job hopping per tutelare tempo e reddito. Nonostante una rassegnata soddisfazione derivante da aspettative ridotte, prevale uno smarrimento sul senso profondo del lavoro, amplificato tra i giovani, con enfasi su valori etici, tempo personale e benessere olistico.

Questi risultati contrastano radicalmente con i percorsi aziendali verso la sostenibilità, che enfatizzano responsabilità sociali come benessere collettivo, engagement duraturo e fedeltà per una forza lavoro resiliente e inclusiva.

I risultati del Rapporto Censis-Eudaimon di cui tener conto per il benessere organizzativo e la sostenibilità sociale in azienda

A seguire una sintesi dei principali risultati emersi dal 9° Rapporto Censis-Eudaimon:

Dare senso al lavoro. Per il 55,1% dei dipendenti far carriera non è una priorità nella vita, per il 33,8% si, l’11,1% non esprime un’opinione. Al 64,7% dei lavoratori capita di perdere il senso del proprio lavoro, concepito solo come fonte per avere reddito. Per il 44,7% degli occupati il lavoro è più un obbligo che una passione, per il 42,7% no e il 12,6% non ha un’opinione precisa. Il 51,1% degli occupati dipendenti preferirebbe un’azienda di cui condivide i valori anche se in altre aziende sarebbe pagato di più. Il 26,9% no e il 22% non sa.

No a messaggi, e-mail o chiamate fuori orario. Ricevere e-mail, messaggi, telefonate ecc. fuori dell’orario di lavoro mette ansia al 45,8% degli occupati. E il 43,9% ha scelto di praticare il “right to disconnect”, non rispondendo a e-mail, messaggi, chiamate ecc. fuori dall’orario lavorativo, il 49,3% continua a farlo e il 6,8% non ha effettuato scelte in proposito. Non rispondono a e-mail e messaggi fuori dall’orario di lavoro il 57,7% dei giovani, il 47,5% dei 35-49enni e il 33,7% degli over 50.

Latitano le gratificazioni. Per il 57,7% degli occupati la propria retribuzione non è adeguata al lavoro che svolge, il36,1% ne è soddisfatto, il 6,2% non si esprime. Per il 55,4% dei dipendenti la propria retribuzione non consente di risparmiare, per il 35,0% sì e il 9,6% non dà indicazioni. Per il 52,4% degli occupati con il lavoro non si diventa benestanti nella vita, il 29,8% non è d’accordo e il 17,8% non sa. Il 78,9% dei lavoratori non si sente abbastanza valorizzato nel proprio lavoro e il 62,2% non ha sufficiente autonomia.

Cambiare spesso lavoro per guadagnare di più. Il “job hopping”, cioè il cambio frequente di azienda è per il 32,5% degli occupati più efficace della fedeltà ad una singola azienda per ottenere retribuzioni più alte, il 38% non è d’accordo e il 29,5% non ha ancora un’opinione in merito. 

Malesseri da lavoro. Al 68,3% degli occupati capita di provare forme di “fatigue”, con estrema stanchezza psicofisica ed emotiva al lavoro, al 27,8% no e il 3,9% non risponde. Al 54,0% dei lavoratori è capitato almeno una volta di soffrire di ergofobia, cioè di avere paura all’idea di recarsi al lavoro. Al 21,7% degli occupati capita di soffrire della sindrome dell’impostore, dubitando delle proprie competenze e successi, cercando di continuo l’approvazione altrui. 

Irruzione dell’IA e paure. Il 36,7% degli occupati italiani utilizza l’IA nel proprio lavoro, il 59,7% no e il 3,6% non risponde in merito. Il 42,6% dei dipendenti teme che l’IA possa sostituirlo nel lavoro e il 55,3% pensa che i dirigenti della propria azienda ripongono più fiducia nelle nuove tecnologie che nei lavoratori. 

Il prisma deformante dei social. I social proiettano un’idea di lavoro attraente, fatta di libertà, viaggi e successo personale. Un’immagine del lavoro che il 64,4% degli occupati ritiene fuorviante, irreale e falsa, il 15,6% no e il 20,0% non ha ancora formulato un’opinione in merito. 

Il welfare aziendale come strumento per il benessere organizzativo

Secondo il documento, il welfare aziendale emerge come strumento chiave per contrastare questa situazione, con il 92% delle imprese medio-grandi (oltre 50 addetti) che lo ha attivato, integrandolo spesso in strategie complessive per attrarre e trattenere talenti. L'84,3% delle imprese nota alti tassi di utilizzo, il 77,9% soddisfazione dei lavoratori e il 77,1% effetti positivi sull'engagement, mentre tra i dipendenti l'87,2% lo conosce, l'84,1% lo lega a maggiore motivazione e produttività, e il 71,3% lo considera decisivo nella scelta di un nuovo lavoro. Personalizzabile via IA e piattaforme digitali (voluto dal 90,6%), include benefit come sanità (76,8% imprese), integrazioni reddito (86,2%) e wellbeing psicologico (41,3%), fungendo da partner per il benessere olistico e affrontando shortage di risorse umane.


Potrebbe interessarti

Contatti

redazione@osservatoriobilancisostenibilita.it

Ricevi la nostra newsletter

Redazione

Simona Politini

Direttrice responsabile

Osservatorio Bilanci Sostenibilità è una testata giornalistica registrata al Tribunale di Milano n. 4326/2023

Futurea S.r.l.
Piazza degli Affari 3 | 20123 - Milano (MI)
P.IVA 15942371004 | Cap. sociale € 165.629,55 i.v