Gli investimenti in sostenibilità stanno vivendo un’accelerazione senza precedenti. Secondo il nuovo studio del Capgemini Research Institute (realizzato su un campione di 2.146 dirigenti impiegati in 716 organizzazioni da fatturato annuo superiore a 1 miliardo di dollari in 13 Paesi tra Nord America, Europa e Asia-Pacifico e in 12 settori e industrie) l’82% delle organizzazioni prevede di aumentare i budget dedicati alla sostenibilità ambientale nei prossimi 12-18 mesi, in crescita rispetto al 74% del 2024. Non solo, il 92% delle aziende non ha rivisto al ribasso i propri obiettivi net zero, segno di una resilienza sorprendente nonostante le incertezze geopolitiche ed economiche globali.
Eppure, dietro l’ottimismo dei numeri si nasconde una contraddizione: se due manager su tre dichiarano di essere sotto pressione per mostrare progressi credibili e basati su dati scientifici, soltanto il 21% delle imprese ha predisposto Piani di Transizione ESG dettagliati, con target intermedi e precise allocazioni di capitale. Per aiutare le aziende a trasformare gli impegni in risultati reali Capgemini ha stilato una lista di buone pratiche.
Buone pratiche per realizzare un Piano ESG credibile
Il primo passo riguarda la credibilità delle azioni climatiche. Perché i target net zero non restino dichiarazioni lontane nel tempo, è necessario adottare Piani di Transizione ESG scientificamente solidi, corredati da traguardi intermedi e da un’allocazione di risorse chiara. Significa pubblicare roadmap trasparenti, ma anche legare i sistemi di incentivazione manageriale al raggiungimento di questi obiettivi.
Di pari importanza è la fiducia dei consumatori. Oggi, più che mai, il successo delle strategie ESG dipende dalla capacità di comunicare in modo semplice, accessibile e verificabile. Non si tratta solo di lanciare campagne, ma di sviluppare un linguaggio che consenta ai cittadini di comprendere l’impatto reale delle scelte aziendali.
Il terzo asse d’azione riguarda il passaggio da una strategia di adattamento climatico a una piena preparazione operativa. Non basta più pianificare, occorre incorporare la resilienza climatica al cuore dei processi aziendali. Nello specifico, secondo Capgemini, per affrontare i rischi climatici, le organizzazioni devono innanzitutto valutarne gli impatti su operazioni, finanze, catene di approvvigionamento, comunità ed ecosistemi, sfruttando anche l’AI per l’analisi dei dati. Da questa base si sviluppano strategie di adattamento concrete, integrate nei modelli di business e nei processi, sostenute da politiche interne e formazione continua. Diventa essenziale progettare prodotti e servizi resilienti, riducendo sprechi e scarsità di risorse, così come costruire catene di approvvigionamento adattive e diversificate. Infine, l’adattamento va trattato come un processo dinamico, monitorato con KPI specifici e costantemente perfezionato grazie ai dati.
Un quarto pilastro individuato dal report è la circolarità. Con l'intensificarsi della scarsità di risorse, le organizzazioni devono aumentare la circolarità lungo le loro catene del valore per ridurre la dipendenza da minerali critici e altre risorse chiave. Riciclo, riuso e riprogettazione dei materiali devono dunque passare da iniziative sperimentali a strategie industriali, capaci di garantire vantaggi competitivi. Va ricordato inoltre che l'espansione delle pratiche circolari non solo riduce i rischi di interruzione, ma promuove anche la sostenibilità a lungo termine e l'efficienza operativa.
Non meno importante è l’invito a investire in infrastrutture di nuova generazione, pensate per resistere ai crescenti rischi climatici come ondate di calore estreme e inondazioni. Questo include l'aggiornamento di edifici e impianti con caratteristiche resilienti come materiali resistenti al calore e fondazioni rialzate, e tecnologie intelligenti come sensori IoT per il monitoraggio in tempo reale. Le infrastrutture di nuova generazione sono essenziali non solo per rafforzare la resilienza a lungo termine, ma anche per migliorare le prestazioni operative e ridurre i costi del ciclo di vita.
Infine, due elementi trasversali completano la visione: l’evoluzione delle funzioni aziendali e la centralità dei dati. Per costruire organizzazioni future-ready occorre superare i silos, favorendo una collaborazione profonda tra risk management, finanza, strategia e operations. Allo stesso tempo, la disponibilità di dati accurati e integrati è la condizione essenziale per monitorare i progressi, adattare le strategie e rispettare normative sempre più stringenti come il Digital Product Passport europeo. L’intelligenza artificiale gioca qui un ruolo decisivo dato che, se usata responsabilmente, può migliorare la qualità dei dati, colmare lacune informative e ottimizzare i processi. Tuttavia, la sua impronta ambientale deve essere monitorata e mitigata con la stessa attenzione.