PPWR cosa fare: perché la conformità per i tuoi prodotti oggi te la chiede Amazon, non Bruxelles

Dal 12 agosto 2026 a chiedere conto della conformità, in prima battuta, non è un'autorità pubblica ma il canale di vendita. Amazon, TikTok Shop, Zalando ed eBay stanno già raccogliendo numeri EPR, dichiarazioni di conformità e dati sugli imballaggi, e disattivano le inserzioni di chi non li ha

Di Alessandro Broglia

Buone Pratiche - Pubblicato il 07-08-2026

C'è un equivoco che torna quasi in ogni tavolo con le direzioni acquisti e sostenibilità: il PPWR è una faccenda per chi produce imballaggi. È esattamente il contrario. Il Regolamento (UE) 2025/40 chiede conto della conformità a chi immette sul mercato un prodotto confezionato, cioè all'azienda che quel prodotto lo vende, non al fornitore che ne stampa la scatola o ne fornisce il barattolo.

Ai fini della responsabilità estesa del produttore, "produttore" non significa fabbricante dell'imballaggio: significa chi per primo mette sul mercato nazionale il prodotto confezionato. Un brand che importa, un'impresa che vende a distanza, un'azienda che aggiunge il proprio imballaggio: tutte rientrano nel perimetro, in qualsiasi settore.

E non serve spedire un pacco per esserci dentro. Ogni prodotto arriva al cliente dentro una confezione. Una crema è venduta in un vasetto, un capo con gruccia, cartellino e sacchetto, un integratore in un flacone o in un blister. Sono tutti imballaggi che il regolamento disciplina, indipendentemente dal fatto che il prodotto viaggi in un cartone da e-commerce o esca da uno scaffale fisico.

Il secondo punto è chi fa rispettare la regola. Dal 12 agosto 2026 la verifica sulla conformità degli imballaggi passa dai canali di vendita, e la loro applicazione è più rapida e più brutale di quella pubblica: non una sanzione al termine di un'istruttoria, ma la disattivazione dell'inserzione nel giro di una notifica. La conformità sull'imballaggio smette così di essere un adempimento ambientale da rimandare e diventa una condizione di accesso al mercato e di continuità di ricavo. È esattamente l'allineamento su cui con Up2You affianchiamo le aziende: mettere in ordine dati, dichiarazioni e registrazioni richiesti dal PPWR prima che sia un canale commerciale a chiederle, quando ormai il tempo per rimediare è finito. Vale anche per chi non vende direttamente online, anche i negozi fisici si troveranno a dover applicare leve simili, per un motivo che vedremo: la richiesta risale la filiera.

PPRW e e-commerce, la conformità non te la chiede più solo lo Stato

Il PPWR obbliga le piattaforme a fare da braccio applicativo della norma. Un marketplace che ospita un venditore non in regola ne risponde in prima persona, quindi ha tutto l'interesse a bloccare a monte chi non fornisce le prove richieste.

Gli strumenti in mano alle piattaforme sono immediati e incidono direttamente sul fatturato:

  • la disattivazione delle inserzioni, paese per paese, in ogni mercato dove manca un numero di registrazione valido;
  • l'iscrizione forzata a programmi di copertura "per conto" del venditore, con un sovrapprezzo che si somma alla contribuzione ambientale;
  • la verifica non più una tantum in fase di onboarding, ma continua, con controlli ripetuti sullo stato della registrazione e sui report di volume.

Nessuno di questi passaggi prevede un contraddittorio paragonabile a quello che si avrebbe con un'autorità. Il canale applica la regola perché è obbligato a farlo, e usa la leva più efficace di cui dispone: l'interruttore delle vendite.

Le richieste dei marketplace stanno già arrivando

Le richieste sono già nelle caselle dei venditori, e ogni canale chiede la sua versione. Conviene vederle una per una.

Amazon verifica il numero EPR per ogni paese in cui i prodotti vengono distribuiti, con disattivazione delle inserzioni dove il numero manca e iscrizione automatica al programma di pagamento per conto del venditore. A monte, spinge i venditori a richiedere ai fornitori i documenti tecnici che confermano la composizione dei materiali e l'assenza di PFAS e di metalli pesanti oltre le soglie, e ad auditare i prodotti più venduti misurando il volume della merce contro quello della confezione.

TikTok Shop, presente anche in Italia oltre che in Francia, Germania, Spagna, Irlanda e Regno Unito, chiede di caricare i numeri EPR nel proprio centro qualifiche, con un vincolo preciso: l'entità legale registrata per l'EPR deve coincidere con quella usata sulla piattaforma, altrimenti la validazione salta. Richiede inoltre almeno un link alla policy di riciclo dell'autorità o dell'organismo locale.

Zalando ha costruito un portale dedicato che raccoglie i numeri EPR dei partner e li verifica in automatico contro i registri ufficiali di ogni paese. Per chi non fornisce i dati è previsto il blocco dell'assortimento a partire dal 1° gennaio 2027.

eBay chiede la prova di conformità EPR e rimuove le inserzioni di chi non fornisce un numero valido. Temu e AliExpress rientrano tra le piattaforme ora tenute a controllare gli account prima di attivarli.

Le forme cambiano, la sostanza no: tutte convergono sullo stesso nucleo di prove, cioè il numero EPR per ciascun mercato, la Dichiarazione di Conformità e i dati sui materiali dell'imballaggio. È il regolamento a imporlo, non la scelta di una singola piattaforma.

Non serve vendere su un marketplace perché ti riguardi

Anche un'azienda che non vende un solo pezzo online rientra nel perimetro, perché la richiesta risale la catena di fornitura.

Un produttore il cui bene finisce sullo scaffale digitale di un cliente diventa il punto debole della conformità di quel cliente, che ha bisogno delle prove per restare in regola e le chiederà per via contrattuale prima ancora che per via normativa: dichiarazione di conformità, documentazione tecnica sui materiali, dati di composizione e peso dell'imballaggio a livello di singolo prodotto. La conformità packaging diventa così una clausola di fornitura, un requisito per restare un fornitore qualificato.

Questo sposta il tema dal tavolo dell'ufficio ambiente a quelli del procurement e della direzione commerciale. Il rischio non è ricevere una multa, è perdere un contratto perché la confezione con cui si consegna non è certificabile in tempo. E la difficoltà, nella maggior parte dei casi, non è ambientale ma informativa, perché il dato di imballaggio è disperso tra fornitori, ufficio acquisti, sistemi gestionali e schede prodotto, e va ricomposto in un formato usabile e ripetibile. Con Up2You abbiamo lavorato proprio a questo, alla costruzione di piattaforme digitali che permettono di gestire i dati dei fornitori e degli imballaggi come un'infrastruttura di continuità commerciale, non come un esercizio di rendicontazione [link Up2You: gestione dati fornitori e packaging].

Regolamento imballaggi, cosa scatta davvero il 12 agosto (e cosa no)

Sulla scadenza circola parecchia confusione, e separare ciò che è vincolante subito da ciò che arriverà dopo evita di investire nell'ordine sbagliato.

Dal 12 agosto 2026 diventano operativi i limiti sulle sostanze. Sui PFAS il divieto riguarda gli imballaggi a contatto con alimenti (25 ppb per singola sostanza, 250 ppb per la somma, con la misura del fluoro totale a 50 mg/kg come primo livello di verifica). Sui metalli pesanti il limite vale invece per qualsiasi imballaggio, alimentare e non: la somma di piombo, cadmio, mercurio e cromo esavalente non può superare i 100 mg/kg. 

A questi si aggiungono l'obbligo di predisporre la Dichiarazione di Conformità UE con la relativa documentazione tecnica e la verifica EPR da parte dei canali di vendita. È il motivo per cui anche un'azienda che vende solo confezioni non alimentari è già dentro la scadenza.

Non scattano invece ad agosto, ma dal 1° gennaio 2030, il tetto del 50% sullo spazio vuoto degli imballaggi da e-commerce, trasporto e raggruppamento e le classi di riciclabilità A, B e C. Confondere le due date porta a rincorrere la riprogettazione delle confezioni quando il problema urgente, oggi, è avere numeri EPR e dichiarazioni in ordine.

PPWR: cinque mosse da mettere in campo subito

Il calendario di registrazione non perdona: aprire una posizione EPR in un paese richiede settimane, in alcuni casi mesi, e la registrazione italiana non copre gli altri mercati. L'ordine con cui muoversi conta.

  1. Mappare i mercati e i canali reali. Occorre capire dove si vende davvero, dove il servizio di logistica distribuisce la merce e chi rivende i prodotti su piattaforma. Spesso i paesi di esposizione sono più di quanti se ne immagini.
  2. Aprire i numeri EPR paese per paese, subito. Ogni Stato ha il suo registro e il suo organismo. Un dato utile a dimensionare il problema: uno studio commissionato da Amazon ha rilevato 64 campi di registrazione diversi su dieci mercati UE, per la gran parte aggiunte nazionali non richieste dalla norma europea. È un lavoro amministrativo che non si improvvisa.
  3. Costruire la Dichiarazione di Conformità e raccogliere i documenti tecnici dai fornitori. Servono le evidenze su PFAS, metalli pesanti e composizione dei materiali. Sono dati in possesso dei fornitori: vanno messi nel capitolato prima della produzione, non chiesti dopo la spedizione.
  4. Nominare il Rappresentante Autorizzato dove si vende senza sede legale. Chi immette prodotti confezionati in un paese in cui non è stabilito deve designare un rappresentante autorizzato per gli obblighi EPR, pena la perdita del diritto di vendere su quel mercato.
  5. Governare il dato di imballaggio per singolo prodotto. Materiale, peso, riciclabilità e paese di vendita vanno gestiti come un sistema aggiornabile e verificabile, che alimenta report EPR, dichiarazioni e richieste dei clienti senza ripartire ogni volta da zero.

Chi tratta il PPWR come un adempimento da rinviare se ne accorgerà il giorno in cui un'inserzione si spegne in un mercato, o in cui un cliente chiede una dichiarazione impossibile da produrre in tempo. Chi lo affronta per quello che è, una questione di dati e di accesso al mercato, si ritrova con un vantaggio concreto: dimostrare la conformità più in fretta dei concorrenti e restare fornitore qualificato mentre altri vengono sospesi. La differenza non la fa la sensibilità ambientale, la fa l'ordine con cui un'azienda ha messo in fila i propri dati.


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