Negli ultimi mesi si è diffusa la percezione che la sostenibilità abbia perso rilevanza, schiacciata da complicazione politiche, accuse di greenwashing e difficoltà operative. Eppure, i numeri raccontano una storia diversa. Una nuova ricerca The Visionary CEO’s Guide to Sustainability 2025 di Bain & Company evidenzia infatti come CEO, consumatori e acquirenti B2B continuino a legare la sostenibilità al valore aziendale, dimostrando che la transizione ecologica non è affatto morta, ma solo in trasformazione. Dopo la fase degli annunci e della comunicazione, le imprese stanno quindi passando a un approccio più concreto, trainato da logiche di valore economico e da pressioni di mercato.
Sostenibilità, i CEO ne parlano meno, ma fanno di più
Analizzando oltre 35.000 dichiarazioni rilasciate da 150 CEO tra il 2018 e il 2024, Bain ha individuato una tendenza chiara: i vertici aziendali hanno ridotto l’enfasi comunicativa sulla sostenibilità, ma continuano a investire per integrarla nei processi industriali. Questo significa: meno storytelling, più pragmatismo operativo.
A supportare questa lettura ci sono delle evidenze concrete. Bain stima che già oggi un quarto delle emissioni industriali globali di CO₂ possa essere ridotto in modo redditizio. Non si tratta solo di iniziative virtuose, ma di scelte che migliorano il ritorno sugli investimenti come l'efficienza energetica, supply chain localizzate e progettazione circolare. Un ulteriore 32% delle leve di riduzione diventerà profittevole nel medio periodo, a patto che regolatori, clienti e innovazioni tecnologiche sostengano la transizione.
Jean-Charles van den Branden, responsabile globale della practice di sostenibilità di Bain, sintetizza così il quadro: “I CEO hanno fatto il punto dopo anni di annunci e obiettivi ambiziosi. Oggi parlano meno, ma compensano con i fatti. Le leve redditizie sono pronte e le aziende che sapranno accelerare ora avranno un vantaggio competitivo netto”.
L’intelligenza artificiale tra opportunità e rischi
Un tema emergente nel rapporto Bain, è l’impatto dell’intelligenza artificiale sulla sostenibilità. Le aziende stanno adottando soluzioni di AI soprattutto per gli ridurre sprechi, ottimizzare i consumi energetici, migliorare la sicurezza sul lavoro e velocizzare i percorsi verso le zero emissioni. Otto dirigenti su dieci, su un campione di 400 intervistati in nove Paesi, ritengono che l’IA possa avere un ruolo fondamentale nei loro programmi ESG. Tuttavia, più della metà è ancora in una fase di sperimentazione.
Va sottolineato però che anche l'intelligenza artificiale ha dei rischi ambientali. Secondo le proiezioni dello strumento INTERSECT di Bain, se l’espansione dei data center e dell’intelligenza artificiale proseguirà senza controllo, entro il 2035 il settore potrebbe generare 810 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno, pari al 2% delle emissioni globali e al 17% di quelle industriali. Negli Stati Uniti, in particolare, l’impatto potrebbe crescere fino a rappresentare oltre la metà delle emissioni industriali. L’Europa, grazie alla transizione accelerata verso le rinnovabili, appare invece meglio posizionata per contenere l’aumento.
La pressione di consumatori e clienti B2B
Un altro capitolo centrale dello studio riguarda i comportamenti del mercato. Sul fronte B2B, la metà delle aziende dichiara già di privilegiare fornitori sostenibili, una quota che potrebbe arrivare a due terzi entro tre anni. Nei settori più esposti, come automotive, packaging, chimica, metalli, costruzioni, la scelta di partner ESG compliant sta diventando un criterio competitivo, non più opzionale. Il 90% dei leader, ovvero delle aziende che registrano una crescita superiore alla media, prevede che la sostenibilità avrà un impatto positivo sui risultati nei prossimi tre anni.
Sul fronte B2C, Bain ha intervistato oltre 14.000 consumatori in otto Paesi. Dall'indagine è emerso che quattro consumatori su cinque si dichiarano profondamente interessati alla sostenibilità e quasi un terzo adotta già sei o più abitudini sostenibili quotidiane.
Non mancano però le barriere. Il costo rimane l’ostacolo principale, soprattutto nei mercati sviluppati. Negli Stati Uniti, i consumatori sono disposti a pagare in media fino al 13% in più per prodotti sostenibili, ma i prezzi effettivi presentano un sovrapprezzo medio del 28%. Un gap che solo innovazione e politiche mirate potranno ridurre. C’è poi il tema dell’informazione dove, sebbene il 60% degli intervistati si senta capace di identificare prodotti green, la maggioranza non riesce a confrontare l’impatto reale delle proprie scelte. In questo contesto, strumenti digitali e intelligenza artificiale generativa stanno diventando un supporto per i consumatori, che li usano sempre più spesso per valutare alternative sostenibili.