In un momento critico per il futuro della sostenibilità e della competitività europea, 198 firmatari – tra cui 84 investitori e istituzioni finanziarie, 29 aziende, 42 fornitori di servizi e 43 organizzazioni di supporto – hanno sottoscritto un documento congiunto che ribadisce la necessità di preservare il framework normativo per la finanza sostenibile nell’Unione Europea. L’iniziativa, coordinata da organismi di riferimento come Eurosif, IIGCC, PRI, CLG Europe, Global Reporting Initiative (GRI) ed E3G, si inserisce nel dibattito sull’“Omnibus I simplification initiative”, richiamando l’attenzione su un punto chiave: la semplificazione normativa non deve tradursi in un indebolimento delle fondamenta della finanza sostenibile europea.
Chi sono i firmatari e perché questo documento
I firmatari rappresentano un ampio spettro dell’economia europea: investitori istituzionali, banche, compagnie assicurative, fondi pensione, imprese di ogni dimensione e settore, fornitori di servizi ESG, associazioni di categoria e organizzazioni della società civile. Tra i nomi più noti figurano Allianz SE, Triodos Bank, Nokia, EDF, IKEA (Ingka Group), Vattenfall, Oatly, oltre a numerose realtà italiane come Gruppo Banca Etica, Unipol Assicurazioni, Aboca, Kerakoll, Korff Srl, Maganetti Spedizioni, ma anche realtà virtuose che operano nell'ambito della sostenibilità aziendale come ALTIS Advisory Srl SB, Amapola Società Benefit, Avanzi Spa SB, Foxwin srl società benefit, Up2You srl sb, Fondazione Sodalitas e molti altri.
L’obiettivo comune è chiaro: preservare l’impianto centrale delle direttive europee sulla rendicontazione e la due diligence di sostenibilità – la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) e la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD) – ritenute fondamentali per la crescita, la competitività e la transizione sostenibile dell’Unione Europea.
Perché le regole sulla sostenibilità sono considerate essenziali
Secondo i firmatari, le regole sulla rendicontazione di sostenibilità, i piani di transizione climatica, gli obiettivi scientifici e la due diligence aziendale sono pilastri imprescindibili per raggiungere sia gli obiettivi economici sia quelli ambientali e sociali dell’UE. Tali norme:
- Promuovono trasparenza e responsabilità nelle imprese, facilitando la fiducia tra aziende, investitori e stakeholder finanziari.
- Favoriscono la crescita e la creazione di valore di lungo periodo, rendendo le aziende più resilienti e pronte ad affrontare le sfide della sostenibilità.
- Orientano i flussi di investimento verso tecnologie e settori coerenti con il Green Deal europeo e la decarbonizzazione dell’economia.
Pacchetto Omnibus, le proposte dei firmatari: semplificare senza indebolire
Il documento non si oppone alla semplificazione normativa reclamata dal Pacchetto Omnibus, ma sottolinea che questa deve avvenire senza sacrificare la sostanza e i benefici delle regole sulla sostenibilità. Le raccomandazioni principali sono:
- Semplificare gli European Sustainability Reporting Standards (ESRS), mantenendo però il principio della doppia materialità della CSRD (ovvero la valutazione sia degli impatti dell’azienda sull’ambiente e la società, sia dei rischi ESG sull’azienda stessa). Gli standard devono restare interoperabili con i principali framework internazionali (ISSB, GRI, TNFD).
- Mantenere nel perimetro della CSRD le aziende con oltre 500 dipendenti, in coerenza con la precedente Non-Financial Reporting Directive (NFRD). Si suggerisce una fase transitoria di 2-4 anni, partendo da soglie sopra i 1000 dipendenti e allargandosi gradualmente.
- Garantire che il “value chain cap” – il limite di responsabilità nella catena del valore – consenta comunque uno scambio costruttivo di informazioni sulla sostenibilità tra investitori e aziende, evitando che la raccolta dati diventi un ostacolo agli investimenti nelle PMI.
- Salvaguardare i principi della CSDDD, mantenendo la due diligence aziendale basata sul rischio, in linea con le linee guida ONU e OCSE sui diritti umani e la responsabilità d’impresa.
- Obbligare le aziende ad adottare piani di transizione climatica con obiettivi scientifici, da rendicontare secondo la CSRD. Si chiede di chiarire che l’obbligo sia di “mezzi” (impegno e sforzi concreti), non di “risultato” (raggiungimento certo degli obiettivi), per evitare che le aziende siano sanzionate per fattori fuori dal loro controllo.
Le motivazioni dettagliate: perché non si può tornare indietro
Nel documento i firmatari spiegano come la CSRD sia nata per superare le criticità della NFRD: aspettative poco chiare, scarsa comparabilità, adozione volontaria limitata. La CSRD amplia il numero di aziende obbligate a rendicontare e stabilisce requisiti chiari su rischi e impatti di sostenibilità, standardizzando le informazioni e rendendole più utili per investitori e stakeholder.
Ridurre la portata della CSRD significherebbe penalizzare le aziende già attive nella rendicontazione e creare incertezza nei mercati. Il principio della doppia materialità è considerato essenziale per rispondere alle esigenze informative degli investitori e garantire comparabilità tra aziende e portafogli. La trasparenza favorisce l’attrattività dei mercati europei per i capitali orientati alla sostenibilità e sostiene la crescita di settori innovativi, come il cleantech.
I firmatari riconoscono che la semplificazione degli ESRS è auspicabile, ma solo se non si perde la copertura dei temi ambientali, sociali e di governance. Gli standard europei devono restare interoperabili con quelli internazionali, per facilitare l’accesso delle aziende UE ai mercati globali e rispondere alle richieste di dati degli investitori internazionali.
Il rischio di restringere la platea delle aziende coinvolte
Un punto delicato riguarda la soglia dimensionale delle aziende soggette a CSRD. Secondo i firmatari, escludere le imprese tra 500 e 1000 dipendenti (che in gran parte si stanno già preparando alla rendicontazione) creerebbe lacune informative e svantaggi competitivi. Una transizione graduale, partendo dalle aziende più grandi e includendo progressivamente quelle sopra i 500 dipendenti, sarebbe la soluzione più equilibrata.
Sul fronte della catena del valore, i firmatari mettono in guardia: limitare la richiesta di dati alle sole grandi aziende rischia di escludere le PMI dai benefici degli investimenti sostenibili e di concentrare l’attenzione solo sui big player, riducendo l’impatto sistemico della finanza sostenibile.
Due diligence e piani di transizione: strumenti per la resilienza
La CSDDD, secondo il documento, completa la CSRD richiedendo alle grandi aziende di adottare processi di due diligence ambientale e sui diritti umani, nonché piani di transizione climatica. Questi strumenti permettono di identificare e gestire meglio i rischi operativi, reputazionali e finanziari legati a violazioni dei diritti umani o danni ambientali, rafforzando la resilienza aziendale.
La due diligence basata sul rischio, in linea con le best practice internazionali, consente alle aziende di concentrarsi sui punti più critici della propria catena di fornitura, evitando approcci formali e poco efficaci. I piani di transizione climatica, con obiettivi scientifici, sono considerati una leva competitiva per sviluppare modelli di business “future-proof” e per attrarre investimenti responsabili.
L’appello finale: stabilità normativa per una transizione credibile
Il messaggio conclusivo dei firmatari è inequivocabile: aziende e investitori responsabili hanno bisogno di un quadro normativo chiaro e stabile per contribuire agli obiettivi europei di crescita e sostenibilità. Solo mantenendo intatti i pilastri della finanza sostenibile europea sarà possibile garantire trasparenza, certezza e attrattività per gli investimenti, sostenendo la decarbonizzazione e la competitività del continente.
Il documento resta aperto a nuove adesioni fino al 29 agosto (qui il link per firmare l'appello), segno di un movimento in crescita che chiede all’Europa di non arretrare sulla strada della sostenibilità, ma di rafforzare – semplificando senza indebolire – le regole che possono guidare la transizione verso un’economia più giusta, resiliente e competitiva.
